International Herald Tribune

L’Aglianico, un vino troppo spesso ignorato

di Eric Asimov

18 settembre, 2008

Ok gente, le vacanze sono finite da un pezzo, la scuola è ricominciata, ma dobbiamo tornare indietro per una ripetizione.

Perché? Perché mi sono imbattuto in un vocabolo di cruciale importanza nel lessico dei vini italiani, finora trascurato.

La parola è Aglianico, uno dei maggiori vitigni a bacca rossa del sud Italia.

Nonostante ciò l’intera categoria dei vini da Aglianico sembra passare inosservata per la maggior parte delle persone ed è un peccato perché hanno tante piacevoli sensazioni da offrire.

Nel tentativo di rimediare a questo triste stato di cose, il nostro wine panel ha recentemente assaggiato 25 campioni, per la maggior parte provenienti dalle due regioni d’Italia leader per questa produzione: Campania e Basilicata, con un paio di eccezioni da altre regioni.

Io e Florence Fabricant siamo stati invitati per la degustazione da Chris Cannon, il proprietario dei ristoranti Alto e Convivio di New York, insieme a Charles Scicolone un consulente del settore. Sia Chris che Charles hanno concordato sul fatto che l’Aglianico è ingiustamente trascurato dalla maggior parte dei consumatori.

La spiegazione è semplice: questi vini sono oscurati da nomi più familiari come Chianti, Barolo e persino Valpolicella. Inoltre, ragione ben piu’ importante, è la natura diffusa della produzione di Aglianico che ha impedito l’emergere di singoli produttori o regioni. Ancora, nonostante il vitigno sia antico, la diffusione della produzione destinata all’estero è piuttosto recente. La produzione di vino è sempre stata importante in Campania e in Basilicata, ma fino a 20 anni fa i vini erano destinati quasi esclusivamente al consumo locale.

Il cambiamento è arrivato a velocità della luce. Le politiche di sostegno da parte della comunità europea hanno aiutato dozzine di viticoltori che erano soliti conferire le uve a trasformarsi in produttori.

I consorzi, una volta famosi per la produzione di vini economici, sono cresciuti in maniera esponenziale fino ad arrivare ad una nuova epoca per la viticoltura in queste regioni. Non a caso il nostro campione n. 1 arriva dalle Cantine di Venosa in Basilicata. L’Aglianico del Vulture 2003 Vignali vale i suoi 10$. L’abbiamo trovato fitto e pulito con i classici marcatori dell’Aglianico: ciliegia, mineralità e cuoio.

Siamo tutti rimasti sorpresi dall’ elevato livello complessivo della qualità. abbiamo trovato pochi vini ammiccare al gusto moderno dei consumatori per vini molto fruttati e con sentori legnosi. La maggior parte sono vini equilibrati, puliti e asciutti. Con nostra sorpresa il campione n. 2 era pugliese. 2003 Tormaresca Bocca di Lupo doc Castel del Monte. Un vino di chiara impostazione moderna, con molto legno, ma chiaramente strutturato ed armonico a richiamare l’identità dell’aglianico. Non è il mio stile preferito, ma è ben fatto. Nessuno dei due vini più costosi ci ha strabiliato.
Entrambi dimostravano gli effetti di una costosa e moderna enologia. L’Aglianico del Vulture Vigna della Corona di Tenuta Le Querce 2003, a 73$ era dolce e marmellatoso, mentre il Naima 2004 di De Conciliis a 60$ era troppo legnoso. Per anni la fiaccola è stata portata dai due campioni, Mastroberardino per la Campania e Paternoster per la Basilicata.

Oggi dozzine di produttori esportano negli Stati Uniti, tristemente non abbiamo trovato vini tra quelli di alcuni dei produttori leader come Paternoster, Antonio Caggiano e Galardi (Terra di Lavoro) che possano raggiungere la definizione di vino cult.

Di nuovo, il campione n. 1 (Vignali Cantine di Venosa) è stato l’unico degli 8 vini al di sotto dei 20$ che davvero ci ha impressionato. Il che ha lasciato un bello spazio centrale per vini come il Cretarossa 2004 Aglianico Irpinia de I Favati e l’Aglianico del Taburno 2003 di Ocone, pulito e speziato.

Il vitigno Aglianico è decisamente tannico ma non tanto quanto il nebbiolo a cui viene spesso paragonato. Tuttavia, a seconda del vino e dell’annata, gli Aglianico raggiungono la massima forma dopo 5 o 10 anni di invecchiamento. Alcuni vini, come il campione n. 6 il Taurasi Cinque Querce di Salvatore Molettieri 2003, possono affinare anche più a lungo a causa della concentrazione degli aromi. Il Taurasi Radici di Mastroberardino ha una tradizione di lungo invecchiamento ( il 1968 è un vino notevole anche oggi) , ma il 2003 è un po’ troppo morbido per durare neanche la metà di quel tempo.

Sono sempre molto felice di trovare l’Aglianico nelle carte dei vini.

La sottigliezza e l’eleganza del frutto e la loro capacità di essere asciutti ed intensi senza essere pesanti, li rende ottimi compagni per un ampio assortimento di carni, selvaggina e primi piatti.

Con il loro ingresso relativamente recente nel mondo dell’enologia moderna, l’Aglianico potrà solo migliorare man mano che le nuove vigne maturano e le aziende acquisiscono espeienza.

Ora verrà il bello!

Non dite che non ve l’ho detto.

http://www.iht.com/articles/2008/09/19/travel/trwine.php?pass=true

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